NON E' FRANCESCA | Le rivoluzioni moderne e le forme del neocapitalismo

Venerdì 30 Luglio 2021
Economia, cultura, società, politica sono dunque categorie della relazione umana la cui reciprocità in qualche modo circolare costituisce l'organizzazione sociale e dal cui dosaggio relativo dipende il tipo di società. L'elemento più pericoloso è oggi rappresentato dall'economia che, approfittando dell'importanza che il progresso materiale ha assunto nella storia moderna, tende a rendersi del tutto autonoma ed autoreferenziale, subordinando i problemi sociali, gli strumenti politici e le acquisizioni culturali al proprio sviluppo assoluto. La politica, che sembra onnipotente ed onnipresente, è invece soltanto una dipendenza dell'economia. In una società organizzata dal e in funzione del potere concentrato, i poteri forti prevalgono. La stessa sorte tocca alla cultura, che per arrivare alla realtà, ai fatti, deve passare attraverso mille mediazioni, tutte dominate dall'economia. Non parliamo dei problemi sociali, addirittura linguisticamente definiti dai termini quantitativi dell'economia e dalle sue possibilità governati. La logica aziendale apre e chiude ogni percorso di intervento sociale.

Si può dire che i due secoli appena trascorsi sono stati, oltrechè i secoli della concentrazione di ogni potere, i secoli delle rivoluzioni tentate. Quella che si presenta come la più clamorosa e radicale ha portato il marchio marxista, secondo cui la trasformazione sociale avrebbe dovuto dipendere dalla lotta del proletariato contro il capitale, previa una generale proletarizzazione, a sua volta condizionata dall'industrialismo avanzato e in ogni caso dallo sviluppo della produzione. Laddove il sommovimento non è approdato semplicemente al rafforzamento inaudito del potere concentrato e della burocratizzazione esecutiva, come in Russia, la non contestazione dello sviluppo produttivo in sé ha trasformato la lotta in partecipazione, con conseguente passaggio dal proletariato al ceto medio borghese. Non si dà rivoluzione sociale pura senza discussione del principio generale del potere. Il risultato paradossale è stato il neocapitalismo, forma moderna ed aggiornata dello sviluppo economico onnicoinvolgente e indefinito. Di fronte ad un'analoga difficoltà si trovò la rivoluzione francese, che tentava un rivolgimento politico ma anche qui senza destrutturare il potere concentrato, rispetto a cui il concetto di sovranità popolare e di rappresentanza si rivelò del tutto insufficiente. Napoleone è anche figlio di quell'equivoco. Il che significa che non si dà neppure rivoluzione politica pura senza una critica della concentrazione sociale, cioè dei processi e produttivi e di relazione interumana tendenti, per una sorta di inerzia, ad accumularsi unitariamente richiedendo poi una gestione autoritaria. Risalendo a ritroso, la rivoluzione culturale illuministica ha preteso una potenza di trasformazione altrettanto universale senza preoccuparsi dell'incidenza socio-politica della cultura: nonostante i tentativi di diffusione popolare dello spirito razionalistico, l'Illuminismo rimane un movimento aristocratico, che oltretutto avrà sviluppi determinanti in quel tipo di cultura, quella scientifica, che è strutturalmente elitaria e che diventerà infine lo strumento maneggevole di un'altra "rivoluzione" quella industriale/tecnologica/capitalistica.

Rivoluzione significa una trasformazione sociale radicale e complessiva ed essa non può che riguardare il principio fondamentale che governa tutto lo sviluppo moderno. E' questa l'era "macroscopica" per eccellenza: l'era delle grandi scoperte, delle grandi comunicazioni e dislocazioni, delle grandi avventure. Tutto ciò richiede grandi capitali e concentrazione di ogni elemento procedurale: strumenti, uomini, logiche, agglomerazioni.

E' possibile far fronte a queste grandi dimensioni senza far loro corrispondere l'eliminazione e delle singolarità e delle autonomie?

E' qui che si fa luce l'ipotesi della localizzazione e del localismo. La forma di produzione industriale ha oggi omologato ogni livello di bisogni e di possibilità, senza nessuna distinzione né dei contenuti né dei modi di fruizione. La società di massa è una società in cui il rapporto tra l'uno, i molti e il tutto è esclusivamente quantitativo, dove i bisogni sono valutati in funzione del costo di produzione degli oggetti che li possono soddisfare. Localizzare significa ridare allo spazio/tempo il suo significato qualitativo, cioè ristabilire il rapporto bisogni/risorse procedendo dalle situazioni concrete, restaurando forme e processi produttivi adatti sia alle possibilità offerte dal luogo, sia alla costituzione di una società autosufficiente, in grado dunque di fondare sulla sua almeno relativa autonomia economica l'invenzione dei filtri culturali e civili grazie a cui anche la società più localizzata e circoscritta è aperta all'universalità, cioè capace di recepire e di proporre significati fruibili universalmente. 

E' indubbio che questo comporta una rinunzia al consumo generalizzato e dunque il rifiuto di gran parte dei processi produttivi concentrati necessari a soddisfarlo. Questo non significa rinunzia né al necessario né al superfluo, ma restituzione di procedimenti diversificati per produrre oggetti e restituire relazioni di diverso significato, valore ed importanza. I bisogni di cui ha "bisogno" la società della produzione/consumo sono tutti necessari, tutti di uguale importanza: essi valgono perché attivano processi di produzione, con relativo profitto di chi li governa. I bisogni dell'individuo o dei gruppi situati si definiscono e si elaborano in funzione dello sviluppo della loro consapevolezza della realtà: e la scala di valori non è certo quantitativa, ma si stabilisce, reciprocamente, per permettere la crescita  di quella consapevolezza. Si tratta di due tipi, opposti, di organizzazione sociale: il secondo richiede un continuo lavoro di riappropriazione capillare dei connotati soggettivi, rispetto a cui la società deve compiere una funzione educativa. 

Poiché in ogni caso il rapporto tra individuo  e società, come riconobbe Marx in una famosa tesi su Feuerbach, è un rapporto di reciproco condizionamento generale, e quindi educativo, bisogna che esso si realizzi esplicitamente, cioè a livello di coscienza, sia individuale che collettiva. Così potrà darsi criticamente, non come un condizionamento di tipo biologico o addirittura meccanico.

Francesca Troiano