KULTURKRITIK | La fittizia rigenerazione urbana di San Severo

Mercoledì 30 Giugno 2021
C'era una volta San Severo, "la città del mio pensiero, dove prospera la vite e l'inverno è alquanto mite", disse l'amato Pazienza. Musa ispiratrice di grandi artisti, vestita da storici campanili e vicoletti incantati, circondata da fertili campagne, ricca di storie e tradizioni che fanno da cornice alla città del Tavoliere. Un racconto promettente di un futuro prosperoso, ma che ha smarrito la sua trama e riscritto la sua fama. San Severo, un comune collocato nella provincia di Foggia, città che anima gli ultimi posti delle classifiche sulla qualità della vita, palcoscenico di scandali tra la malavita e la politica, abitata da corruzione e precarietà. La città dei campanili subisce una sorte non molto dissimile dalla vicina provincia, da decenni soffre di memoria corta, di indifferenza, di inciviltà, di abuso e opportunismo. Interventi intermittenti di una politica allo sbando, una progettualità fatta di toppe di cemento, le stesse che ricoprono le strade della città e che rischiano di farci inciampare. Una caduta, quella di San Severo, che tenta di rimediare ai danni ricoprendo d'oro anche gli sbagli, adornata da una spicciola e ridondante retorica. Da poco, teatro di una "Rigenerazione urbana", sembra voler cambiare il suo abito, nel tentativo di ripristinare quella dimensione urbanistica tale da poter rendere la città più vivibile. Ma sappiamo bene che l'abito non fa il monaco, prendersi cura della città vuol dire occuparsi dei suoi abitanti e dare esempio di civiltà, ma non basta chiedere un finanziamento di 5 milioni di euro per un parcheggio interrato in Piazza Cavallotti, in pieno centro e a ridosso di uno dei pochi luoghi verdi della città (è davvero così utile?). Fatichiamo a non considerare la grande contraddizione alla quale stiamo assistendo, già da tempo ormai, che mostra l'inefficacia di tutti quegli interventi che non considerano la vivibilità di una città, intesa questa volta come convivenza e qualità della vita del luogo in cui si abita. Gli spazi per la socialità e l'aggregazione sono a rischio, molti hanno già fermato la loro corsa, i luoghi verdi sono malcurati e minimi, il centro storico è una grande periferia, reticolo di una malavita sempre più dilagante, i quartieri periferici abbandonati tra rifiuti e profondo degrado, le fertili campagne sono discariche abusive da cui partono fumi tossici, e ogni sera quel cattivo odore di bruciato, di plastica che si insinua fin dentro le nostre case ci ricorda che "la città del mio pensiero" tanto amata da Pazienza sta morendo, nell'indifferenza. San Severo, una stazione di sola andata, dove chi va via non intende tornare più, circa 1.000 abitanti all'anno si lasciano alle proprie spalle la città dei campanili, e tra questi la maggior parte sono giovanissimi, partiti in cerca di una possibilità, di un lavoro, di un luogo che possa dare loro una casa. Tagliare le proprie radici, soprattutto se costretti, è un atto estremo, e come tutti gli atti estremi porta con sé il grido della vita, la voglia di poter esprimere la propria esistenza e darle un senso. Molti sono quelli che rimangono, tanti sono gli abitanti che cercano di dare un contributo alla scrittura di una narrazione diversa, artisti, commercianti, studenti e associazioni, ma tanti e ancora troppi sono gli ostacoli in cui inciampano questi cittadini. Burocrazie, raccomandazioni, personalismi e mancanza di tutele per chi denuncia, tutto questo facilita e contribuisce a spegnere l'attivismo, l'interesse popolare, e spianare la strada del silenzio, quello che ammazza e che legittima la politica dell'omertà. San Severo è gravemente ferita, malata di una in-cultura della vita, in attesa di una terapia che possa farla rinascere. Ma c'è chi continua a prescrivere rimedi utili solo per far tacere i sintomi, momentaneamente, ignorando la terapia del dialogo, della cultura, della socialità, del benessere e della cura. Chi vorrebbe e potrebbe contribuire a "rigenerare" San Severo è inascoltato, ha le mani legate dagli stessi "uomini e donne di corte", impegnati in una programmazione di rigenerazione fittizia della città, utile a collezionare l'ennesima medaglia di cartone e alimentare la propria propaganda politica. Una vetrina, dunque, tra l'altro anche male allestita. E nel mentre i soliti e noti attori di palazzo conservano gelosamente i propri titoli e poltrone, sicuri di tenere a bada il popolino, c'è chi ha sviluppato da tempo gli anticorpi da una certa politica, imparando a difendersi dai ricatti di questa decadenza decisa a tavolino. "Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l'aspetto di giganti", disse Karl Kraus. In questa gara tra piccoli uomini è arrivata l'ora di cambiare aria, aprire le finestre e far entrare quella grande luce per far rinascere la nostra terra. 
Simona Regina