NON E' FRANCESCA | La politica deve provare a riorganizzare le Città

Lunedì 28 Giugno 2021
La chiave dunque della trasformazione politica reale sta nell'organizzazione delle situazioni socio/politiche elementari. E' a livello di Municipio, o di Comune, ovvero di Città che si definisce il tipo di ordinamento generale valido anche per amplissimi territori, al limite per tutto il Mondo. Non serve ripercorrere la storia di questi ordinamenti se non per identificarne i connotati caratteristici. La Città è originariamente il luogo in cui si concentrano spazialmente tutte le differenze possibili, ma nella misura sufficiente e insuperabile a costituirla come comunità compatta e autosufficiente. Questa misura ne costituisce anche il valore simbolico, quello per cui il suo sviluppo, e dunque la sua storia, non è più nella direzione dell'espansione spaziale, ma della elaborazione di significati, di segni, di immagini grazie ai quali essa diventa referente di un territorio circostante, non per occuparlo ma per rappresentarne il termine dialettico. E' evidente che questa composizione della diversità interna  "alle mura" ed esterna ad esse - quelle relative alla dialettica pieno/vuoto, costruito/non costruito -  richiede un governo. Ma che cos'è un Governo? E' il dominio unitario delle diversità, rese innocue per creare unanimità di intenti; o è lo strumento con il quale queste stesse diversità fanno emergere da sé ciò che permette loro di convivere e di collaborare alla costruzione di condizioni comuni dell'esistenza di ciascuna e quindi di tutte? E' qui che avviene la scelta fondamentale, quella che distingue la Città dal Principato, il comune dalla proprietà personale. In questo senso la città non può essere esclusivamente un'entità economica, una agglomerazione funzionale soltanto ai problemi economici, siano pure pubblici, cioè di tutti e non di qualcuno soltanto. Gli elementi stessi costitutivi della Città sono molteplici, essa è il luogo della complessità dinamica, cioè il luogo in cui le varie componenti della realtà e dell'esperienza umana si confrontano e reagiscono reciprocamente. E' da questa relazione che nascono le opere in cui si oggettivano spazialmente i bisogni e le loro elaborazioni concettuali ed emotive; ed è dunque da questa relazione che debbono nascere le scelte grazie a cui questa complessità è conservata, e non si risolve né in concentrazione centripeta esclusiva né in dispersione centrifuga, aggressiva o superficialmente comunicativa. La Città raggiunge la sua identità sociale e spaziale quando si realizza come fatto politico, cioè quando la sua organizzazione di sé dispone di strumenti politici, vale a dire deliberativi ed esecutivi comuni. Gli esempi storici a tutti noti manifestano e dunque dichiarano anche formalmente queste risorse di mantenimento dell'identità/diversità. Gli statuti medievali ad esempio stabiliscono regole grazie a cui la concreta figura che distingue ogni città dalle altre deriva dalla composizione particolare dei molti elementi che la costituiscono: il sito, il clima, i materiali, con cui è costruita, la posizione strategica; ma anche gli stili, i connotati, le mentalità, i mestieri, le condizioni dei cittadini, le loro prospettive operative e comunicative. Il rigore non discende dalla concentrazione del potere, ma viceversa dalla volontà di rispettare ogni diversità: esso è quindi l'espressione del potere diffuso. Questa forza dinamica dei bisogni e dei desideri fa della Città un organismo vivente e giustifica l'origine etimologica del termine civiltà. Civile è ciò che connota il livello sul quale si pone ogni relazione umana che passa attraverso la coscienza ed attrezza dunque il bisogno con gli strumenti necessari alla sua realizzazione. Il bisogno umano è soddisfacibile nella situazione sociale, poiché in essa l'uomo prende coscienza della figura concreta e ad un tempo universale delle proprie esigenze anche elementari: queste hanno una forma culturale, debbono parlare all'intelligenza e all'emozione oltrechè al corpo. Non si può dunque saltare impunemente questo passaggio immediato, pena l'eliminazione del referente essenziale che fa di una agglomerazione di elementi una società umana: ma questo riferimento al soggetto costituisce poi, per così dire, l'imprinting di ogni ulteriore associazione. Certo, la Città non è altro che la forma più compiuta di questa realtà sociale fondamentale, costruita in funzione di una cultura autoriflettente come quella razionale. La sua figura non può essere intesa dogmaticamente, ma come il risultato più evidente dell'esercizio di criteri che conducono la società alla vita politica. Nella "polis" greca, ad esempio, alcuni spazi reali/simbolici sono costruiti per contenere una società di uomini liberi la cui occupazione fondamentale è quella di elaborare teoricamente e praticamente le condizioni della vita politica  appunto come espressione della libertà. Questa è dunque la forma elementare ma definitiva della Città, che consente un'infinita possibilità di variazioni, e spaziali e culturali: ovvero la dialettica tra l'elemento simbolico in qualche modo spazializzato e l'attività di organizzazione dei rapporti intercorrenti tra gli abitanti dello spazio da quei simboli connotato e definito. I confini della Città sono infatti quelli nei cui confronti quei simboli sono attivi, al di là della costruzione stessa compatta di edifici abitativi e funzionali. E' questa elasticità che prende corpo la Città territoriale, senza che questo significhi l'incombenza oggi teorizzata e praticata delle metropoli nei confronti dell'area di loro giurisdizione. La Città territoriale è semplicemente quel luogo civile in cui la vita sociale, tradotta in ordinamento spaziale che ne consente lo sviluppo dei vari aspetti fisici e spirituali, si esercita con la mediazione determinante di strumenti politici, elaborati e gestiti in comune come espressione del potere di ciascun uomo di contribuire all'organizzazione del proprio spazio ed all'ordinamento delle proprie condizioni di vita. Certo, vi sono anche definizioni strette di confini in qualche modo interni alla più ampia area di significato cittadino, come le mura, ma al di là della loro funzione pratica (ad esempio difensiva) anch'esse hanno un forte significato simbolico che si riflette poi nella determinazione del territorio. Esse significano una delimitazione precisa, il fatto della misura che distingue la Città da tutto il resto, il limite oltre al quale la relazione con gli altri e con le altre cose assume un altro significato, che dev'essere mediato da operazioni più complesse, meno dirette, necessariamente derivate. Questo mondo che sta al di là del mondo della Città ne rappresenta il polmone universale, cioè il riferimento concreto grazie a cui l'elaborazione verticale e autosufficiente dei significati e dei valori, che si attua come vita cittadina, non si chiude in sé prendendo il mondo delle proprie relazioni fondamentali per realtà esaustiva e non ulteriormente comunicante. Viceversa, ancora, vi sono oggi grandi "Città" che hanno perduto i connotati sopra descritti trasformandosi in enormi contenitori di persone e di attività, senza poter ricevere da loro né dare loro forma definibile in termini cittadini: esse però contengono potenzialmente molte Città, molti luoghi a cui basterebbe ritagliare uno spazio adeguato per consentire alla popolazione di organizzare l'autonoma gestione. In ambedue i casi si è in presenza di una struttura la cui apertura dipende paradossalmente da una relativa chiusura. Non si dà comunicazione senza identità. Lungo e difficile il "cammino" della Politica.
Francesca Troiano