SINE CURA | Solitudini, la rivoluzione esistenziale della pandemia

Venerdì 23 Aprile 2021
La pandemia da coronavirus ha modificato i comportamenti di ogni persona. Le relazioni tra individui e gruppi, occasionali o stabili, non sono come prima della comparsa del virus. Molte famiglie sono dentro un cambiamento di stile di vita. Il tempo del lavoro è del tutto modificato. Le società stanno subendo una epocale trasformazione e lasciando alle spalle le certezze  antiche, del periodo industriale e post industriale. Nel mondo occidentale, sta emergendo una nuova organizzazione sociale, economica, sanitaria e politica. L'uomo che lavora nelle grandi fabbriche con altre persone, anche se automatizzate, cede il passo a quello isolato a casa, imprenditore digitale di se stesso, prodotto del nuovo modello produttivo informatizzato. Soggetti sociali diversi stanno invadendo lo scenario esistenziale del mondo, che si sta mostrando. Nello scenario pubblico, si manifestano due nuovi protagonisti: l'individuo collettivo, che produce, consuma e prega con gli altri, legato dallo stesso destino e l'individuo solo, che vive, lavora e prega in solitudine. Due modi di essere e di vivere che sfilacciano, per poi distruggere, le antiche solidarietà, descritte dal sociologo  francese Emil Durkheim. La solidarietà meccanica, del mondo preindustriale e  quella organica, del mondo industriale e post industriale, sono quasi sfociate nell'anomia, nella solitudine, nell'individualismo. Nelle relazioni di vita quotidiana, emergono altri valori con altre morali di isolamento e di solitudini. "È un tuo problema". "Mi dispiace, ma non ho tempo per ascoltare le tue ragioni". "Non ho motivo per condividere il tuo malessere". Questo modo di dire svela le tante paure indotte dalla pandemia. L'individuo della "quarta rivoluzione esistenziale" non è più aperto all'ascolto attivo, a con-dividere le gioie e le angosce dell'altro. L'individuo di oggi è impaurito e disincantato da un virus, che sta trasformando i suoi sentimenti. Il coronavirus sta svolgendo una funzione antropologica, sociale, economica e politica, che, in altri periodi storici, è stata praticata da grandi rivoluzioni di popolo. Da questa considerazione, è possibile decifrare i grandi mutamenti umani, avviati dal diffondersi del virus nel mondo globalizzato. L'individuo untore. Ogni persona è vista come uno straniero, un untore, uno sconosciuto che incute timore. In questi giorni, in ogni luogo, il semplice incontro tra individui viene vissuto con inquietudine di trovarsi a contatto con il virus, che viaggia attraverso il conoscente o il familiare untore,   visti come i vettori e i serbatoi del virus, causa di un possibile contagio. Questo cittadino impaurito, in quest'anno pandemico, ha modificato le certezze umane e trasformato il mondo relazionale millenario. A diffondere i pensieri e gli agiti di tante persone angosciate, è stato l'effetto imitazione. Dalle nuove dinamiche comportamentali di tante persone sono  scaturite  patologie psichiatriche  del "paziente" pandemico,  conosciute e sconosciute. In questi giorni, l'ansia e la depressione stanno diventando le diagnosi prevalenti e non c'è psichiatra o psicologo che non narri di come la pandemia ha già stravolto l'esistenza umana e compromesso la salute mentale dell'individuo globalizzato. Nel nuovo mondo, che sta emergendo, c'è il "cittadino sconosciuto", solo, predisposto a disturbi di ansia, di nevrosi, di depressione. Le comunità scientifiche pubblicano  alcune ricerche di epidemiologia sociale per evidenziare che l'aumento del disturbo post traumatico da stress è balzato dal 5 al 41 %, mentre preoccupa l' incremento del 7% della depressione, degli aspetti ansiosi e fobici, della rabbia con rischio di esplosioni comportamentali. E' di questo periodo la notizia di un incremento possibile di 300.000 nuovi pazienti psichiatrici, resa pubblica dalla Società italiana di psichiatria. "I nuovi pazienti - riferiscono i suoi ricercatorib- abusano di alcol e sostanze e sono a rischio suicidario". Il malessere emotivo, dovuto all'ossessiva paura di essere contagiati, si è trasformato in un vero disagio psichiatrico. Con questi pesanti carichi emotivi, l'individuo odierno fa fatica a vivere in luoghi affollati e non riesce a tollerare le interazioni quotidiane con l'altra persona  della stessa comunità e delle stessa società come accadeva fino qualche anno fa. La paura di avere contatti con familiari, amici e conoscenti diventa, spesso, causa di aggressione verbale e fisica. La paura del vicino. La paura dell'altra persona, che abita nello stesso condominio, che lavora nello stesso ufficio, nello stesso opificio, che condivideva gli stessi luoghi di vita, fa pensare al terrore del contagio e  apre altri scenari esistenziali possibili di isolamento. La pandemia ha imposto la sua organizzazione della vita sociale e quella della vita di ogni giorno delle popolazioni. I borghi, i paesi, le città e le metropoli non sono più luoghi sicuri e vengono percepiti dagli individui  terre dove s'aggirano stuoli  di "untori", ieri persone a cui affidare il proprio benessere esistenziale. Nelle città, la crisi pandemica ha distrutto tutto ciò che dava sicurezza e ha contribuito a sgretolare i ruoli abituali, gettando il nuovo individuo di questo tempo nell'assurda commedia della vita quotidiana. Sul palcoscenico della vita di tutti i giorni, per strada, negli autobus, nei centri commerciali, negli uffici, nelle scuole, nelle università, negli ospedali, nelle chiese e nei luoghi pubblici e privati, i tanti individui esibiscono la loro arte ancestrale dell'interazione strategica, una nuova condotta, che insegue la propria sicurezza. Nel tema dell'interazione, già il sociologo Erving Goffman percepiva l'esistenza di elementi conflittuali  nella vita sociale e schematizzava l'interazione come una sequenza di mosse strategiche. Questa prospettiva di analisi di evitare l'altra persona e di ridurre i contatti tra persone al necessario, mostra l'acuta paura del cittadino globale di incontrare i suoi simili e l'ossessione di vivere nel chiuso della propria abitazione, rifugiandosi nella vita virtuale. La "paura liquida" del contagio ha strutturato la solitudine, la precarietà del cittadino globale e lo sgretolamento del tessuto sociale  collettivo. Il male della solitudine. Dopo la vaccinazione di massa è  prossima una nuova emergenza sanitaria: quella del malessere psichiatrico, dovuto alle conseguenze relazionali, sociali e economiche, di tanti esclusi. Si rischia di essere intrappolati, ancora per diverso tempo, nella fobia pandemica. Arginare tanto malessere psichico, è possibile. Per farlo, c'è bisogno di riorganizzare la salute mentale di comunità e aprirsi alla cultura del prendersi cura delle persone sui territori e nei territori, con pratiche civili e di benessere innovative e non contenitive, valorizzando le buone pratiche "no restraint", modo di  prendersi cura dei malati psichici  con l'esclusione dell'uso dei mezzi di coercizione meccanica e farmacologica, ossia senza legarli o chiuderli in spazi angusti e disadorni. Per riorganizzare una vita  aperta, inclusiva e solidale, e contenere la nuova "pandemia" psichiatrica, il nuovo individuo post-pandemico deve avere la capacità di innovare il vecchio modo di "curare", de-istituzionalizzando la guarigione, portando la cura al di fuori delle unita operative ospedaliere, sui territori e a domicilio. E' compito di tutti, quindi, costruire nuovi modelli del  prendersi cura sulle macerie provocate dalla pandemia e dal disastro della sanità pubblica e privata. E' questo il tempo di intrecciare una rete di servizi sul territorio, connessi con percorsi integrati di cura e riabilitazione, che sappiano dialogare  con i tanti soggetti di quello che resta dello stato sociale, con gli attori dei servizi sociosanitari e con quelli socioassistenziali. In questo nuovo impegno umanitario, non è utile concepire, ancora, i Dipartimenti di Salute Mentale marginali nell'integrazione inter-territoriale dei sevizi sanitari. Non  sarà pensabile affrontare, dopo una pandemia, un' "epidemia" psichiatrica a mani nude con una riduzione di organici e una diminuzione di risorse, indebolendo le tante buone pratiche psichiatriche di tanti servizi territoriali sparsi in diversi luoghi della Penisola italica.                

Matteo Notarangelo
*Sociologo e counselor professionale