GENTILISSIMA | Ilva, il disastro ambientale e l'impegno di Nichi Vendola

Lunedì 14 Giugno 2021
oggi parlerò di Ilva, perché è la materia di più stretta attualità, e pur indirettamente incrocia la mia esperienza politica e istituzionale di questi decenni, ma sono state tante le fonti industriali di grave inquinamento ambientale, anche in questa provincia.Come l'EniChem di Manfredonia, l'azienda petrolchimica del gruppo Eni che ha dismesso da decenni l'attività, di cui non si è ancora definitivamente spenta l'eco delle conseguenze sul piano del risanamento del territorio, e non solo, ma già, sul futuro della Città, si allunga l'ombra di un gassificatore dall'impatto ambientale ancora tutto da decifrare. Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa la politica, provinciale e cittadina, anche in vista delle importantissime elezioni amministrative del prossimo autunno. Ci torneremo. Ora l'Ilva. Mi tocca.In un tempo nel quale tutti scrivono libri su tutto, magari anche in forma e contenuti letterariamente imbarazzanti, per ricostruire la storia dell'Ilva di Taranto, ora Acciaierie d'Italia, servirebbe un'enciclopedia, e la testimonianza di una molteplicità di scienziati, politici, economisti, ecologisti, rappresentanti d'impresa, ma soprattutto i protagonisti principali: la classe operaia che si è avvicendata in tutti questi anni in quella fabbrica, le famiglie che nei quartieri circostanti hanno vissuto le conseguenze dell'inquinamento, e quelle che ne hanno anche patito il dramma della perdita dei loro congiunti.Quindi, non solo un'enormità di documenti da studiare (il solo processo "Ambiente svenduto" meriterebbe alcuni volumi; avviato nel 2012 ma concretamente iniziato nel 2016, è andato a sentenza il 31 maggio scorso, dopo 389 udienze, infiniti faldoni con perizie e controperizie, e centinaia di testi, compresi i periti e gli scienziati coinvolti) ma la storia vissuta di una Città e della sua azienda più significativa che è divenuta tutt'uno con la storia delle politiche di sviluppo del Mezzogiorno e, più in generale, di una parte non secondaria della politica industriale del Paese e dell'Europa, atteso che l'Ilva non era (non è) soltanto il più importante impianto siderurgico italiano, ma anche il più grande del Continente.Ce ne sarebbe abbastanza, come si vede, per tenersene alla larga, magari cavandosela con dichiarazioni del tipo "chiudiamo gli altoforni per sempre, mettiamo in pensione anticipata o in cassa integrazione vita natural durante le maestranze, e trasformiamo tutto in un enorme parco giochi" e chi s'è visto, s'è visto.Ma sono stata componente del governo di questa regione dal 2005 al 2014 e, quindi, sia pure da attrice non protagonista e direttamente non coinvolta, non posso non avvertire il dovere politico e istituzionale di essere testimone sia del clima che si respirava in quegli anni riguardo all'Ilva nel contesto politico e istituzionale, sia anche delle azioni concrete intraprese.Prima del 2005 di Taranto avevo conservato nella memoria l'ineguagliabile racconto, e le parole, di Pier Paolo Pasolini:"Viverci è come vivere all'interno di una conchiglia, di un'ostrica aperta. Qui Taranto nuova, là, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari e i lungomari. Per i lungomari, nell'acqua ch'è tutto uno squillo, con in fondo delle navi da guerra, inglesi, italiane, americane, sono aggrappati agli splendidi scogli, gli stabilimenti. Taranto, che brilla sui due mari come un gigantesco diamante in frantumi."Descrisse così il grande scrittore, poeta, regista, e tantissimo altro, la Taranto dell'estate del 1959 quando vi fece tappa nel corso del suo viaggio da Ventimiglia a Trieste, lungo tutta la costa della penisola, da Nord a Sud e viceversa, intrapreso nell'estate del 1959 con la sua Fiat millecento.Due Città in una, costruite l'una accanto all'altra. Quella sorta in consonanza con la prima industrializzazione dell'arsenale militare di fine Ottocento e la cantieristica privata dei primi decenni del Novecento. E quella, molto più antica, racchiusa in un agglomerato di strade strette, buie e intrecciate fra di loro, e di case l'una arrampicata sull'altra. Come all'interno di un'ostrica aperta, appunto.La Taranto della fine degli anni '50, prima dell'insediamento Ilva, era così. Una Città di 170 mila abitanti, dei quali una parte cospicua in sofferenza occupazionale per via della crisi di quegli insediamenti industriali, e una parte costituita da comunità di pescatori, agricoltori e contadini.In quel contesto il 9 luglio 1960, previo investimento pubblico di 2000 miliardi di vecchie lire, fu dato inizio ai lavori del 4°, ma più produttivo di tutti, centro siderurgico italiano. Che sarà inaugurato ufficialmente il 10 aprile 1965 dallo stesso Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, a testimonianza dell'orgoglio nazionale che evocava, e dell'importanza strategica che le Istituzioni tutte dell'epoca assegnavano a quell'opera per lo sviluppo industriale, economico e sociale non solo del Mezzogiorno, ma dell'Intero Paese.Nel giro di un ventennio dalla sua inaugurazione l'impianto aveva raddoppiato la produzione e aumentato a dismisura la dote occupazionale, prima di entrare nella crisi profonda che avrebbe portato negli anni '90 del secolo scorso alla dismissione e connessa alienazione al gruppo privato italiano più importante nella produzione dell'acciaio.Nel contempo andavano via via manifestandosi con sempre maggiore evidenza le conseguenze dell'inquinamento e, in uno, la progressiva presa di coscienza collettiva della gravità delle conseguenze. E tuttavia fu il Governo Vendola, dal 2005 in poi, a farsene concretamente carico, nella perenne ansia di coniugare salute, ambiente, lavoro, e interesse nazionale.Sicché viene potenziata l'ARPA, l'agenzia regionale per la protezione ambientale, sia con le dotazioni tecnologiche indispensabili sia con le professionalità scientifiche più adeguate (vedi Giorgio Assennato, ma non solo).E, in uno, attivata una serie infinita di monitoraggi, incontri, sollecitazioni, divieti, interlocuzioni con il sistema d'impresa (non solo dell'Ilva) e con i governi nazionali che si sono succeduti. E, fra tutti, due atti concreti di straordinaria importanza: l'istituzione, nel 2008, del registro tumori e, nello stesso anno, l'approvazione della legge anti diossina.Lo ricordo ancora come se fosse oggi, quel 16 dicembre 2008, quando in Consiglio Regionale - in assenza di una norma di rango nazionale in materia - approvammo la legge che definiva in modo inderogabile i limiti alle emissioni di diossina e furani da parte degli stabilimenti siderurgici, e il termine tassativo del 31 dicembre 2010 per l'adeguamento degli impianti esistenti alle nuove disposizioni.Non ci furono voti contrari, ma solo quello di astensione di alcuni fra i Consiglieri di opposizione, e quello favorevole di tutti gli altri. Nonostante la forte resistenza al provvedimento da parte dei vertici ILVA, ed anche lo scetticismo - diciamo - del governo nazionale del tempo.Perché su tutto e su tutti prevalse la maturità politica di quel Consiglio Regionale. E, anche, la decisa determinazione del Presidente Vendola, la sua forza culturale e politica, la sua capacità di persuasione, il suo coraggio, la sua visione di un futuro sostenibile che tenesse insieme, in forma organica e indissolubile, salute, qualità e sicurezza del lavoro, e ambiente.Capisco l'obiezione di coloro che hanno sottolineato il fatto che, da allora, e per gli anni a venire, molti dei problemi si sono sedimentati, e in moltissima parte rimasti ancora irrisolti. Con la magistratura intervenuta anche in supplenza della politica, e con l'imminente sentenza del Consiglio di Stato che pende come una spada di Damocle sul destino della ex Ilva e, perché no, anche di parte del futuro industriale ed occupazionale della Puglia, del Paese, e della dipendenza dell'Europa dall'acciaio cinese, coreano e indiano.E tuttavia nessuno può impedirmi di pensare, e affermare, avendone anche avuta diretta e personale consapevolezza, che il Presidente Vendola non ha mai abdicato alla sua (condivisibile e anche da me condivisa) visione politica. E men che mai gli è mancato il coraggio politico e istituzionale di assumersi compiti e responsabilità anche non riconducibili alle sue competenze di governo bensì a quelle dello Stato Nazionale.Questo è stato il Vendola Presidente della Regione Puglia. Questa la cifra della sua azione istituzionale e di governo. Per questo, rispettiamo la decisione della magistratura, ma aspettiamo con consapevole fiducia l'esito del ricorso.
Elena Gentile