GENTILISSIMA | La buona politica anticipa, non insegue i problemi e si assume le responsabilità

Lunedì 12 Luglio 2021
Non è facile trovare il capo del filo della matassa degli avvenimenti e delle riflessioni che si susseguono, intrecciano, e affollano la mente di questi tempi. E quindi scegliere, fra i tanti, l'argomento su cui soffermarsi. Privilegio l'ultimo in ordine di tempo.

Cosa ti manca di più della politica militante, mi ha chiesto stamane una mia vecchia amica, e inossidabile elettrice, nel consueto scambio telefonico settimanale di opinioni. Poco o nulla, le ho risposto con convinzione. Perché ho rinunciato all'iscrizione al Partito Democratico, oramai divenuta un mero adempimento burocratico e nulla più (non solo per me ma per tutti), e a una militanza "attiva" che non era più tale per nessuno se non per i pochi delegati di tanto in tanto a tenere in piedi la "baracca", ma non mi sono mai pensionata dalla politica.

Intesa come coinvolgimento emotivo e contributo attivo, intellettuale, personale e partecipativo al dibattito e confronto pubblico per l'affermazione dei principi, dei valori e dei progetti di futuro contenuti nell'ampio orizzonte politico cui continuo e continuerò ad appartenere. E per questo non mi stancherò di leggere, studiare, documentarmi, e dire la mia. Chi aveva pensato il contrario se ne faccia una ragione. Anche Bordo.

Nei giorni scorsi, in una intervista rilasciata a "Il Mattino" di Napoli, la Ministra per il Sud e la Coesione Territoriale Mara Carfagna ha ribadito temi e concetti di cui in questa regione ci siamo occupati al tempo delle Giunte del Presidente Vendola. In teoria è vigente una norma nazionale, ha sottolineato la Ministra, che obbligherebbe la suddivisione del fondo sanitario nazionale fra le regioni sulla base di parametri che aiuterebbero la riduzione della disuguaglianza Nord/Sud, come gli indici di deprivazione sociale o la minore attesa di vita.

Nella realtà, poiché l'attivazione di questa modalità di riparto delle risorse del fondo nazionale è subordinata all'intesa unanime fra le regioni, difficile da raggiungere perché non conviene al Nord, la suddivisione continua ad essere effettuata sulla base della "spesa storica", secondo cui chi ha "avuto, ha avuto, avuto, e chi ha dato, ha dato, ha dato", con le conseguenze sulla qualità della vita e del sistema di cura nel Mezzogiorno denunciate ieri da Chiara Saraceno nel suo efficace articolo sulla "Stampa" di Torino "Se nascere al Sud accorcia la vita".

Tutto vero. Non dice però la Ministra che tutto questo si sarebbe stoppato con l'approvazione della riforma del titolo V della Costituzione, bocciata nel 2016 anche con il voto contrario promosso dal suo Partito al referendum confermativo. E omette di dire che tutto questo è anche il frutto dell'assenza di coesione - appunto - fra le regioni del Mezzogiorno, le quali (per mia esperienza personale) si presentavano alla Conferenza Stato/Regioni in ordine sparso, con il cappello in mano e nulla più. Al contrario delle Regioni del Nord, unite, agguerrite, ed anche strumentalmente documentate, purché a difesa dei benefici acquisiti.

Ho partecipato anch'io, a quelle riunioni, nella breve ma significativa esperienza di Assessora Regionale alla Salute. Nel 2013, in una dove si decideva il riparto, alla fine ero rimasta sola contro tutti gli Assessori alla Salute del Nord, uniti, compatti, e determinati a non cedere nulla, mentre tutti gli Assessori del Sud erano andati via. Li inchiodai alla sedia fino all'alba, non retrocedendo di un millimetro, e affermando con tutta la "terrona" determinazione di cui ero capace che giammai avrei avvalorato una siffatta ripartizione del fondo sanitario nazionale. Alla fine il Presidente della Conferenza Vasco Errani, cristianone e politico come pochi, si adoperò con grande intelligenza e pragmatismo per dare una soluzione positiva all'intricata vicenda. E la nostra Puglia ottenne i 70 milioni in più legittimamente richiesti, utilissimi per il riavvio del nuovo piano di assunzioni in Sanità dopo il tragico blocco provocato dallo (strumentale) "piano di rientro" cui l'allora governo nazionale aveva inchiodato la Regione Puglia.

Ho ricordato l'episodio per affermare che il destino del Mezzogiorno è conseguenza di tante cose, ma anche - lo dico con amarezza - della mancanza di unità d'intenti (a prescindere dal colore politico) delle nostre regioni rispetto a quelle del Nord, e della presa d'atto che non basta lamentarsi del destino cinico e baro, magari accontentandosi di quel che passa il convento, ma serve la consapevolezza dei propri diritti, e la determinazione a lottare, lottare, lottare perché siano onorati.

In questi giorni, per esempio, apprendo dal "Sole 24 Ore", sono state cambiate le regole di gestione per gli oltre 79 miliardi di fondi di coesione. E tantissimo altro bolle in pentola, soprattutto per il Mezzogiorno. Ma per poterne trarre i frutti dovuti occorrerà che la classe politica non deleghi ad altri ma si impegni in prima persona, approfondisca, si accerti che ogni euro investito abbia una ricaduta anche sullo sviluppo dei nostri territori e, soprattutto, sulla buona e sana occupazione. La figura professionale dell'operatore socio-sanitario era stata istituita con accordo Stato Regioni del 22 febbraio 2001, sottoscritto dal Ministeri della Sanità e da quello per la Solidarietà Sociale (si chiamavano così) e Regioni e province autonome di Trento e Bolzano. Nel 2005, quando al governo della Regione Puglia subentrò la Giunta del Presidente Vendola, quell'accordo dalla precedente amministrazione non era stato ancora recepito.

Lo facemmo noi, l'anno successivo, in uno con l'avvio del faticoso ma esaltante percorso che porto all'approvazione della legge quadro n.19/2006, recante le norme per la "Disciplina del sistema integrato dei servizi sociali per la dignità e il benessere delle donne e degli uomini in Puglia", e del relativo Regolamento di attuazione n. 4 del18 gennaio 2007.

L'approvazione di quelle norme non solo consentì di rivoluzionare il sistema di welfare in Puglia ma creò i presupposti per utilizzare nella maniera più produttiva in termini di sviluppo territoriale (in modo uniforme su tutta la Puglia) e di buona occupazione i fondi FERS - Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, il POR Puglia 2007/2013 - Piano Operativo Regionale, e il FSE - Fondo Sociale Europeo per il sostegno all'occupazione. Utilizzando le risorse  di quest'ultimo fondo, anche con il decisivo sostegno politico e personale del Prof. Marco Barbieri, allora Assessore Regionale alla Formazione Professionale, riuscimmo a istituire e finanziare i Corsi di Formazione Professionale per Operatore Socio Sanitario.

All'inizio ci credettero in pochi, ma quei corsi risultarono utilissimi. Perché servirono a riqualificare personale altrimenti inadatto in esito all'adozione delle nuove norme per l'infrastrutturazione sociale. Ma servirono soprattutto a formare personale di cui era stata creata l'esigenza, sia nelle strutture private sia nelle nuove piante organiche delle ASL.

Ad oggi non solo sono state formate migliaia di lavoratrici e lavoratori, ma moltissimi di loro hanno trovato buona e gratificante occupazione. Al netto, purtroppo, dei pasticci compiuti con il concorso unico regionale. Ai quali non il management ma la Giunta Regionale è chiamata a porre rimedio. Perché la buona politica anticipa, non insegue i problemi. E quando non è riuscita a farlo non se ne lava le mani ma se ne assume tutta intera la responsabilità.

Elena Gentile