NON E' FRANCESCA | Il valore del dialogo e la cultura come presa di coscienza

Venerdì 9 Luglio 2021
Questa è la giustificazione più radicale del municipalismo, cioè quella forma di organizzazione politica che si fonda esplicitamente sulla partecipazione attiva dei cittadini e che si realizza mediante un modo di comunicazione che comprende, al limite, l'unico tipo di costrizione non violenta, cioè solo verbalmente contradditoria. Ogni cittadino è immerso in una situazione così esplicitamente dialogica da essere "costretto" a prendervi parte, assumendo una posizione, e quindi attrezzandosi per poterla sostenere. Il che coincide con il prendere coscienza. 

E' in questa situazione nucleare che l'attrezzamento culturale è contemporaneamente un attrezzamento politico: qui non agisce ancora quella discrasia che attraversa quasi tutte le realtà politiche costituite grazie alla concentrazione del potere, in cui la mano libera all'esercizio della volontà dominante è consentita da una sovrapposizione di culture, quella etica e magari religiosa, spesso configurata nella forma popolare, e quella pragmatica che considera necessari e funzionali i compromessi, spesso coincidente con le formulazioni ufficiali, oggi onnipresenti ed onnincidenti come opinione pubblica.

Il controllo diretto dell'attività pubblica porta con sé l'abitudine ad un confronto di opinioni che non può avere altre soluzioni che l'elaborazione della verità o l'imposizione della forza. Tutta la ricerca politica nell'epoca municipale consiste nel contrasto aperto tra questi due percorsi. Ne deriva uno straordinario fervore culturale ed un'altrettanto fervorosa attività politica.

Nello Stato definito dal potere concentrato la separazione tra cultura come ricerca della verità e cultura politica come adozione di soluzioni pragmatiche delimita esattamente l'ambito della cultura come livello della teoria, che per attuarsi praticamente ha da passare attraverso una serie di mediazioni la cui logica non ha più granchè a che fare con i principi teoricamente definiti. E per altro verso anche dichiarati, poiché un buon politico moderno sa di non poter rinunziare ad un consenso ottenuto con l'esibizione della ragione e della verità. In realtà Machiavelli e i Gesuiti soccorrono con la teoria della doppia verità, che è poi appunto quella che distingue insanabilmente la prassi della teoria.

L'ipotesi del municipalismo ha anche il merito di togliere l'assunzione dell'attività culturale come principio della vita politica  dal limbo dell'utopia. La presa di coscienza non è più un fatto personale, affidato alla pura buona volontà del singolo, resa magari difficile da un contesto evasivo o addirittura ostico. Essa è un fatto sociale, il risultato di un incontro/confronto che pone immediatamente il problema della coesistenza dinamica della diversità. C'è da chiedersi come mai tanto spesso la continuità tra presa di coscienza e autogestione politica sia interrotta ed impedita, e si dia luogo alla concentrazione del potere. Fatto sta che la dialettica ideali/interessi è complessa, sia per la società che per l'individuo, e spesso si costituiscono nuclei di forza, spirituale o materiale, che determinano svolte storiche, situazioni dinamiche in vista di logiche estremamente diverse. In realtà, nessuna epoca storica anche la più configurata, è del tutto univoca; diciamo così pura. Ci sono momenti in cui il potere è fortemente requisito, rapinato, e in cui pure serpeggia una tensione critica, una resistenza interiore che poi esploderà ad un tal punto preciso dell'accumulo degli errori, o esagerazioni, o orrori della concentrazione. Ci sono i momenti felici dell'esperienza comunitaria in cui pure la tentazione centrifuga può via via farsi così forte da non poter più essere contenuta e mediata.La situazione epocale contemporanea è appunto quella della esagerazione strutturale, e quindi delle contrapposizioni radicali. Si tratta evidentemente di un grande passaggio storico, in cui le esagerazioni nominate si traducono in una seria continua ed autogenerantesi di tensioni, di scontri, di difficoltà di gestione. Sotto la copertura di una felice apparenza di benessere montante, grazie a cui il secolo in corso può mostrarsi come una novità assoluta rispetto ai precedenti, e la civiltà occidentale tecnologica assolutamente impareggiabile alle altre civiltà riducibili ad abbozzi approssimativi e per quanto riguarda il sapere e per quanto riguarda il fare, tutti i criteri di organizzazione sociale nonché di intervento politico si sono così fortemente irrigiditi da rovesciare ogni significato nell'atto di perseguirlo. 
Basti l'esempio della democrazia. Democrazia è uno dei termini più espressivi, pregnanti e decisivi dell'epoca moderna. Ma è purtroppo, con ciò stesso, un termine pieno di ambiguità, un passepartout. Esso è servito bene, sul piano mondiale a sconfiggere l'orrenda prospettiva della dittatura nazista; è servito un po' meno bene a contrapporsi ed a resistere ad un'altra ipotesi di potere fortissimamente concentrato, la dittatura cosiddetta comunista; è servito infine, e male, a controllare una serie di focolai di trasformazione sociale e degli equilibri internazionali. E' diventato così uno strumento pubblicitario dell'imposizione univoca di un'unità mondiale, che ormai con la democrazia ha ben poco a che fare.

La stessa parabola ha compiuto il termine dell'ambito interno dell'organizzazione statale. Si pensi al fervore della resistenza italiana ed anche europea al nazismo; all'entusiasmo creativo degli anni Cinquanta, con la ricerca di nuove strade costituzionali, all'esplosione critica radicale degli anni  Sessanta, con una revisione totale degli orizzonti e dei tramiti sociali e politici. Ma si pensi pure all'irrigidimento burocratico, alla politica verbalistica e di mantenimento del potere; alla lottizzazione ed alla corruzione proposte come metodo necessario di contemperamento delle esigenze generali. Questi sviluppi hanno portato alla rappresentazione della democrazia come un regime la cui difficoltà strutturale, invece di stimolare la ricerca di soluzioni alternative, complesse, rispettose di tutti gli elementi problematici, non può risolversi che con una serie di espedienti grazie ai quali il consenso è acquisito ad un'apparenza di partecipazione a cui corrisponde in realtà l'esercizio effettivo di poteri concentrati, più o meno centralizzati. Tale consenso è diventato così il vero ostacolo, o avversario, della realizzazione di una politica democratica, cioè di "governo del popolo". Tanto più si è diffusa l'impressione di una partecipazione costituita dall'informazione, tanto più si è allentata la consapevolezza che questa si realizzi mediante una vera e propria abdicazione dei poteri di giudizio e decisionali, e si è allentata la conseguente tensione per una reale riappropriazione. In questa straordinaria epoca di contrapposizioni si attua un' altrettanto straordinaria gradazione di sfumature che confondono il dentro con il fuori, la contestazione con la semplice modificazione, e scambiano le parti per mancanza di un corretto rapporto tra mezzi e fini. Democrazia rischia di essere il simbolo di questa alienazione.

Il culmine di questo rovesciamento di significati si ha nella formulazione dei progetti che dovrebbero risolvere le contrapposizioni ed utilizzare fino in fondo gli strumenti estremamente elaborati dello sviluppo. Mai come oggi è stato possibile programmare il futuro, cioè intervenire sulla previsione elaborata della scienza provvedendo ad utilizzare per il meglio le opportunità aperte. Il guaio è che la dialettica tra previsione e provvedimento è unidirezionale e tutti gli sforzi per orientare all'utilità dell'uomo gli avvenimenti sono obbligati ad una coerenza di cui la previsione segna le tracce non trasgredibili. Il mondo futuro è concepito, voluto e ricercato come una realtà sistematica, il cui valore è misurabile in termini di funzionamento sempre più perfetto, cioè rapido e crescente. Il grande Architetto divino settecentesco è diventato una realtà constatabile e in qualche modo collettiva, poiché è dalla combinazione precisa e rigorosamente guidata del contributo di tutti che si sviluppa l'ipotesi e si attua la realtà di un mondo ordinato e splendido. Ogni contestazione ed anche solo ogni perplessità nei confronti di questo progetto suona come una bestemmia e tocca non già semplicemente l'aspetto materiale della costruzione, ma il suo valore in qualche modo divino, reintroducendo in un processo tutto affidato all'artifizio umano e dunque razionale elementi di irrazionalità legati ancora ad una concezione naturale del mondo, in cui il posto dell'uomo è relativo, fondamentalmente recettivo e, caso mai, di semplice accelerazione sintetica dei processi naturali. Lo scontro ragione/irrazionalità è per questo la chiave linguistica dell'alternativa moderna.. La razionalità classica e medievale era sistematica, rigorosamente strutturata da una logica analitica perfettamente elaborata; tuttavia essa consentiva sotto, sopra, intorno a se una serie di possibili percorsi mentali e pragmatici ispirati ad esperienze non riducibili alla logica (fede, fantasia immaginifica, una ricca vita emotiva) ma non definibili come irrazionali, cioè negativi. 
L'identificazione moderna della razionalità con i procedimenti scientifici, mentre sbloccava la tenuta stretta della rappresentazione del mondo in funzione del concetto di essere, in qualche modo univoco, (anche se per la dizione aristotelica "l'essere si dice in molti modi"), liberando la ricerca sperimentale a piena dignità razionale, rigettava tutto ciò che sotto scienza non cade, nell'irrazionale: pre o para razionale, ma sempre depresso, nel suo valore, dal confronto con la razionalità scientifica. E questo vale sia per la teoria che per la prassi. Cosicchè, paradossalmente, ad una razionalità globale e tendente, per sua natura, all'unità ma intesa come capacità critica di coordinare i diversi, i molti, riconoscendo la loro relatività reciproca, si sostituisce una razionalità sempre parziale, che procede cioè per aree conoscitive specifiche, e la cui unità è soltanto metodologica e mai contenutistica, eppure dogmaticamente diretta all'unificazione pragmatica del mondo secondo quei canoni metodologici elevati a criteri di valore. 

Un valore processuale ma adeguato appunto al nuovo concetto di mondo artificiale, costruito dall'uomo in vista delle regole della propria ragione. La questione è dunque: unità metodologica o contenutistica? Ragione teoretica, costituita come riconoscimento, strumento per conoscere la realtà, o fondamentalmente pragmatica, capace di costruirla e di stabilirne i significati traslandoli dalla coerenza dei propri procedimenti?

Questo dilemma ha delle conseguenze politiche non indifferenti: e non si tratta di deduzioni cervellotiche. La razionalità scientifica è una razionalità universale ma privilegiata. Richiede una competenza difficile da conseguire, specializzata e dunque riservata. Peraltro la sua forza sta nella sua validità universale, nella sua assoluta intercambiabilità. La sua audience, la sua possibilità di incidere sul pensare e sul fare , dipende da questa sua validità urbi et orbi; perciò essa richiede una società unitaria, che parli un unico linguaggio, e sia gestita da chi ha quelle competenze, ovvero ne sa applicare le indicazioni. Il dibattito diciamo così dialogico è già avvenuto nel percorso di formazione delle conclusioni scientifiche, appartiene alla costruzione metodologicamente corretta; ma non ha niente a che fare con prospettive, esigenze, volontà. Non è un dibattito politico. L'universalità teoretica del sapere globale è invece aperta poiché riguarda i principi piuttosto che i metodi, ovvero prima dei metodi; essa consente una straordinaria elasticità di rappresentazione reale poiché si costituisce continuamente grazie alla relazione dei principi con l'esperienza. La quale ha una connotazione storica, è essa a sua volta il principio della storia e dunque di ogni elaborazione storica. Per essa non esiste una società finale univoca, se non nel senso di una serie di situazioni in cui la ragione esperienziale agisca e permetta ai singoli di contribuire in proprio alla costruzione comune.

Nel mondo moderno la contrapposizione tra le due forme di sapere può essere ben espressa dalla distinzione pascaliana tra esprit de gèometrie ed esprit de finesse. La prima è una razionalità che ha per oggetto se stessa, la seconda ha per contenuto la realtà e specificatamente la vita, e quindi per ogni uomo manifesta questo contenuto in prospettive almeno per qualche verso diverse: "ogni uomo cerca parimenti la felicità, ma ognuno la ripone diversamente. C'è persino chi la identifica con il suicidio". 

Questo spiega la complessità del dialogo interumano, ma non lo priva di regole. Sta ad esso, proprio, scoprirle, nell'esercizio stesso dell'applicarle.

Francesca Troiano