IDEE | Il quadro normativo che ha determinato il caporalato

Martedì 6 Luglio 2021
In questo articolo, vorrei provare a focalizzare l'attenzione sul tema del caporalato, non tanto sulla figura nefasta e negativa, quanto le motivazioni normative che hanno portato al rafforzarsi di questa deformazione socio-lavorativa schiavistica. Una breve premessa storica sul caporalato, ritengo che sia necessaria, ci serve per poter partire al meglio con un'analisi del fenomeno, bisogna necessariamente risalire alle origini storiche, e capire da dove nasce, si tratta di un fenomeno che ha origine agli inizi del 900 in Italia, ma nel senso globale le prime forme di caporalato riguardano la tratta degli schiavi nelle Americhe, dove alla base di questa deformazione vi è il concetto dell'abnegazione dei diritti e della dignità umana. Sinonimi funzionali di caporale sono presenti anche nell'articolazione della mafia siciliana del XIX secolo i cosiddetti Gabellotti (in siciliano gabelotti), che non era né più né meno che i caporali dell'epoca. 


Alla figura di caporale/fattore di campagna, dagli anni 70 in poi si affiancò un'altra tipologia di caporale (il caporale puro), era la figura dell'intermediario di manodopera, cioè non era colui che dirigeva la grande azienda agricola latifondista, ma era colui che organizzava le squadre di lavoro e che da questa funzione ricavava economie dirette sulla pelle dei lavoratori ai quali trovava lavoro, incassando una percentuale sulla singola giornata agricola e sul trasporto (con furgoni) ed attuando al pari del caporale/fattore di campagne e del gabellotto forme di violenza e sudditanza psicologica, col caporale puro, inizia ad emergere quello che è il caporalato attuale e che oggi viene comunemente chiamato caporale 3.0, come si può vedere vi è stata una sorta di evoluzione negativa dei fenomeni di sfruttamento con un'accrescimento esponenziale di forme di violenza e sudditanza psicologica. Il caporalato non è mai scomparso in Italia, ha assunto forme diverse e meno visibili ma è sempre esistito, e fino a 20 anni fa circa riguardava quasi esclusivamente i lavoratori italiani che erano vittime o del caporale-fattore di campagna o del caporale puro, in ambo i casi alla base vi era la sudditanza psicologica occupazionale, "devo essere bravo e devo fare regali, così il caporale mi fa lavorare" non era inusuale sentire queste frasi; una forma di calmierazione delle dinamiche del caporalato era svolta in modo positivo dalle commissioni del collocamento, in questo caso le aziende che dovevano assumere richiedevano i lavoratori al collocamento pubblico (chiamata numerica) e vi era una commissione nella quale era presente il sindacato, che stilava una lista di lavoratori (in base all'anzianità di disoccupazione), ovviamente non tutte le aziende utilizzavano lo strumento, una parte sfuggiva ed era quella parte che si rivolgeva ai caporali, quindi il fenomeno era comunque presente ma molto più limitato. 


Il caporalato inizia ad affermarsi con forza fra il finire degli anni 70 diventa più forte intorno agli anni 80, ed esplode brutalmente dagli anni 90 in poi, fino ad arrivare ai nostri tempi con forme che vanno decisamente oltre la sfera del solo lavoro ma entrano anche nella gestione materiale della vita degli schiavi dei nostri tempi. Fatta, a mio avviso, questa opportuna premessa, è necessario capire come si è voluta la normativa del collocamento ed al tempo stesso cosa hanno generato queste evoluzioni. Il collocamento pubblico nasce nel periodo post-fascista con la promulgazione della legge n. 264 del 29 aprile 1949, (Provvedimenti in materia di avviamento al lavoro e di assistenza dei lavoratori involontariamente disoccupati), si disciplinava la materia della mediazione nel mercato del lavoro, attribuendo questa funzione alle strutture degli organi dello Stato, e prevedendo la sanzione penale per gli intermediari privati, quindi già all'epoca vi era la presenza dei caporali ed il legislatore prevede esplicitamente la condanna di tali atti. Con la gestione pubblica si stabilì l'iscrizione in apposite liste tenute dalle SCICA o Uffici di Collocamento. Il datore di lavoro, che intendeva assumere del personale, presentava una "richiesta di avviamento al lavoro", nella quale inseriva i dati relativi al numero dei lavoratori richiesti e la qualifica che dovevano possedere (chiamata numerica). L'Ufficio di Collocamento disponeva l'avviamento del lavoratore. Il lavoratore mensilmente provvedeva ad annotare su apposito tessera, il C1 (Tesserino rosa), lo stato di disoccupazione, al fine di non perdere il posto nelle graduatoria. In caso di lavoro, veniva cancellato dalla graduatoria per iscriversi nuovamente, su sua richiesta alla fine della prestazione lavorativa. 


Il rapporto di lavoro era poi trascritto sul Libretto di Lavoro che attestava allo SCICA l'avvenuto effettuazione del lavoro, la qualifica conseguita, il periodo, ecc, come detto le richieste pervenute dai datori di lavoro erano valutate da una commissione tripartita che vedeva anche la presenza del Sindacato. Il sistema è rimasto inalterato dal 49 fino agli anni settanta, quando con la legge n° 83 (11 maggio 1970), si regolamentò il collocamento speciale in agricoltura e con la legge n. 300/1970 (Statuto dei Lavoratori), agli artt. 33 e 34, si modificò la chiamata numerica. Successivamente la legge n° 56 (28 febbraio 1987) e la legge n° 223 (23 luglio 1991), abrogarono l'obbligo della richiesta numerica, concedendo dapprima l'assunzione su richieste nominative per la metà degli assunti, estesa poi per intero a tutti. La vera liberalizzazione del mercato del lavoro si ha con la legge n° 609 (28 novembre 1996), che come anticipato ha completamente liberalizzato il sistema delle assunzioni, abolendo anche l'obbligo della richiesta preventiva. Il lavoro entra nella legge di mercato, ossia domanda e offerta.Questa riforma voluta dall'allora Ministro del lavoro (riforma/pacchetto TREU - da Tiziano TREU) nei fatti apri le porte a tutto il sistema di mediazione e collocamento dei lavoratori nel mercato del lavoro (legale ed anche illegale). 
Un'ulteriore riforma che ha indebolito, anzi, finito di annientare quel po che rimaneva del collocamento pubblico di STATO, fu la riforma Bassanini, che con il decentramento delle funzioni dello Stato, in base al principio di sussidiarietà, attribuì alle Regioni le funzioni del  mercato del lavoro, le quali a loro volta le trasferirono alle Province; lo Stato mantenne in capo soltanto il ruolo generale di indirizzo, promozione, coordinamento e vigilanza. Con la legge n° 196/1997 (pacchetto TREU) si introduce nel mercato del lavoro il lavoro interinale, quindi si apre definitivamente ai privati. L'ultima trasformazione del sistema di collocamento è avvenuta con la legge Biagi, che ha modificato la disciplina degli intermediari liberalizzando ulteriormente il mercato del lavoro. Voglio precisare, che ho trattato la materia sotto il punto di vista del collocamento, quindi evito di entrare in quanto contenuto nel Job Act, che non ha modificato il collocamento (era rimasto veramente poco da modificare) ma ha reso ancor più precario il mercato del lavoro, annullando gran parte delle tutele esistenti (facilità i licenziamenti) a fronte di una presunta necessità di agevolare le assunzioni, cosa che nei fatti non è avvenuta e che ha solo reso ancor più precario il mercato del lavoro. Bene (anzi male) fatto questo excursus normativo penso che sia evidente a tutti come l'evoluzione abbia portato progressivamente ad una deregolamentazione e destrutturazione delle norme a tutela del collocamento pubblico fatto in modo trasparente e di contro, come ha aperto sempre più, rafforzando il ruolo dei caporali, che, in questa deregolamentazione, hanno giocato un ruolo dominate, speculando al massimo sui propri schiavi.Penso che sia altrettanto evidente che venute meno le tutele sul versante del collocamento, indebolita la sfera dei diritti (Job Act), vivere di lavoro oggi non è una cosa semplice, e ancor di meno se lavori in agricoltura e sottostai ai caporali. 


Come al mio solito, non voglio fermarmi all'analisi, vorrei provare a dare dell'idee, idee e valutazioni che non possono prescindere dal contesto locale. Una prima idea/considerazione riguarda il problema di fondo, se è vero come è vero, che il caporalato ha preso piede e si è affermato e rafforzato nel momento in cui è venuta meno la funzione regolatrice dello Stato, è evidente che per limitare il fenomeno vanno trovate forme di ritorno a questo ruolo fondamentale (anche se la legge non lo prevede); è altrettanto evidente che quel modello (tal quale), troverebbe il mondo imprenditoriale contrario alla sua applicazione ed alzerebbero steccati e/o farebbero barricate; quindi, necessariamente vanno individuate soluzioni miste concertate e condivise (mondo del lavoro e mondo imprenditoriale), che siano un giusto connubio fra il passato ed il presente, con l'obiettivo di debellare questa forma di sfruttamento che macchia le nostre produzioni, anche, onestamente, per colpa del mondo imprenditoriale che spesso fa la cenerentola; io penso che il ruolo del collocamento va necessariamente ricondotto ad una funzione diretta del pubblico e che vadano reinventate funzioni che erano in capo alle vecchie commissioni tripartite, gioco forza è la sola strada percorribile e che può aiutare ad indebolire il sistema del caporale riconoscendo diritti certi ai tanti lavoratori, in primis quello all'assunzione ed alla copertura assicurativa senza trascurare quelli più strettamente contrattuali (riconoscimento livelli contrattuali e retributivi), puntando al rilancio del settore che necessariamente deve essere valorizzato, il vero rilancio dovrebbe passare attraverso l'etica e produzioni valorizzate e non attraverso la corsa al ribasso dei diritti dei lavoratori. 

Daniele Calamita *agronomo-sindacalista esperto di politiche sociali