KULTURKRITIK | Giovani senza ascolto (e politica) nella vita di massa

Martedì 6 Luglio 2021
Ogni settimana proviamo ad affrontare una tematica, ad aprire un varco che lasci spazio alla riflessione critica, ad incentivare domande e confronti, con sé stessi e con il mondo. Siamo adulti, spesso pieni di sovrastrutture e convinzioni, con la presunzione di aver capito il mondo, di essere capaci di interpretarlo e governarlo. Oggi questo spazio verrà occupato "dall'adolescenza", una fase della vita carica di forza, spesso di rabbia, circondata di sguardi che giudicano senza comprendere, sguardi che spesso dimentichiamo e che rivolgiamo agli altri perché siamo cresciuti troppo in fretta da non ricordarli più. 

Oggi voglio fare un passo indietro, e dedicare questo spazio a tutti i giovani inascoltati, in una società dove la giovinezza è una colpa, che non merita voce e ascolto. Come vive e cosa pensa un giovane? L'ho domandato all'adolescente che è ancora viva in me, con la speranza che possa incoraggiare i giovani ad esprimersi e agli adulti ad essere capaci di ascoltare non solo sè stessi. "Riflessioni sulla vita di massa", un testo scritto di getto 11 anni fa, a Bologna. Parole giovani e impulsive, pure e vive che provavano a farsi spazio in una società che correva troppo in fretta, lasciando indietro sogni e certezze, aprendosi alla vita liquida di una cultura omologata. Buona lettura: "Era sera, avevo appena finito di cenare, aprii la finestra, volsi lo sguardo al cielo e non riuscii a vedere neanche una stella, e non perché fosse nuvoloso ma perché le luci della città rendevano impossibile osservare il cielo. Calai la testa e con animo triste chiusi gli occhi, cercando di immaginare una distesa di verde, abitata da quei meravigliosi suoni della natura. Ma il frastuono della città, le auto, i clacson e quell'insopportabile puzza di smog avevano reso sterile persino la mia immaginazione. Allora chiusi la finestra con cenno di disgusto, presi un libro e iniziai a leggere. Inizialmente ne sfogliai lentamente le pagine, poi mi fermai su una pagina a caso e lessi questa frase: 'Il vero disagio dell'uomo non è non riconoscersi in nessuna cultura, partito o religione; il vero dramma è non riconoscere sé stessi'. Mi fermai un attimo a riflettere e non ci misi molto per capire che tutto quello che mi circondava non mi apparteneva e che più avevo e più mi deprimevo. 

Nella mia casa c'era di tutto, tv, computer, cellulari, elettrodomestici; si, c'era di tutto, ma mancava tutto ciò che poteva farmi sentire a casa. Quella roba non mi serviva, anzi mi innervosiva. Allora capii, capii che l'uomo stava uccidendo sé stesso e la sua natura, e che quegli elettrodomestici erano più vivi della gente con cui parlavo! Non eravamo nient'altro che zombie. Affogati dalla noia e invasi dal caos, dove non c'è più tempo per domandarsi nulla, dove è più probabile che ti chiedano il codice fiscale che il tuo nome. Tutta l'esistenza ridotta ad un numero, come se lì fossero scritti i tuoi desideri, le tue paure, le tue emozioni; dove non ti guardano più negli occhi però guardano nelle tue tasche; in un mondo in cui è più facile trovare un palazzo che un parco e dove l'intera esistenza dell'uomo ha come sfondo il cemento, il cemento della mia casa, del mio ufficio, della mia scuola, della mia strada. È come passare la vita in un cubo, e solo perché ci si è affacciati alla finestra si pensa di conoscere il mondo; ma se sappiamo a malapena cosa si prova a stare coi piedi nell'erba! Forse è come dite, la mia è rabbia e niente più, è che continuo a scuotere gente che non si sveglia. E se forse nessuno di noi volesse svegliarsi? Lo so, la menzogna che ci ripetiamo ogni giorno la mattina guardandoci allo specchio ci fa troppo comodo, ma mentirci convincendoci che intorno a noi vada tutto bene non renderà la nostra vita migliore. 
Quindi grida se devi gridare e se ti diranno che sei pazzo non opporti, perché tu sei pazzo! E sia, questo è quello che volete sentire? Io sono pazza! Si sono pazza, ma non voglio essere curata. Preferisco i miei castelli di sabbia al vostro deserto, preferisco i miei stupidi sogni alle vostre realtà usa e getta! Spesso, troppo spesso dimentichiamo di esserci e io non voglio dimenticare, non voglio sentire il rumore dei miei passi svanire dietro il chiacchiericcio di chi possiede il tempo e lo getta lì, come se ne avesse troppo. Ci stiamo allontanando da noi stessi, stiamo perdendo l'unica cosa che può salvarci, l'umanità. E io non vedo umanità nei nostri gesti, vedo solo corpi costretti ad esistere e che trascorrono questa grande attesa chiamata tempo ad accumulare finte medaglie, pretendendo di scrivere la storia, una storia che è già stata scritta da troppi altri ma che a quanto pare non ci siamo ancora stancati di leggere. 

Bene, io non vedo uomini in questa storia, non vedo né eroi né principesse da salvare. Vedo solo ombre che si agitano per spartirsi il sole. E noi saremmo uomini? I veri uomini vivono e muoiono, noi invece sopravviviamo perché non abbiamo il coraggio né di vivere né di morire". Una sintesi dell'inadeguatezza e della solitudine vissuta da un adolescente, all'interno di una società in divenire che esalta sé stessa e si dimentica dei suoi figli. Quell'inadeguatezza che forse vivono ancora molti giovani, inascoltati, dimenticati tra le ultime file dei banchi di scuola, tra i capricci degli adulti, e di una politica che parla di loro ma non con loro. 
Simona Regina