INTERVENTO | Leggende e mezze verità, perchè il grano non dà grana

Giovedì 1 Luglio 2021
Delle azioni speculative che gravano sul settore primario (agricoltura) non poteva mancare il grano o meglio il frumento duro, infatti anch'esso sottostà allo strapotere del mercato e dei major che operano in modo alquanto discutibili. Come tutti sappiamo il mercato è regolato da una legge economica fondamentale ed è la legge della domanda-offerta, maggiore è la domanda da parte dei mulini e dei pastai e più il prezzo tende a crescere; maggiore è l'offerta da parte degli agricoltori e più il prezzo scende. Questa legge economica si applica a tutte le varie logiche del mercato, ma spesso non è perfetta e può essere facilmente inquinata, basti vedere quello che determina l'arrivo o meglio l'importazione di grano dall'estero, che porta a soddisfare e saturare la domanda spingendo inevitabilmente i prezzi verso il basso e non riconoscendo redditività per la nostra cerealicoltura. Quest'anno si profilava una buona annata per il nostro territorio, una stagione climaticamente positiva e campi di grano pieni, ma purtroppo anche quest'anno il prezzo di ritiro, partito decente,  ha iniziato a scendere (stranamente dopo l'arrivo di grano estero).Come tutti sappiamo in Capitanata si coltiva grano duro, un grano dalle ottime qualità organolettiche (tenore proteico, peso specifico ecc.) l'unico grano adatto per la produzione di semole, usate prevalentemente per la produzione di pasta, non a caso Foggia è stato sempre definito il Granaio d'Italia ed al tempo stesso ha anche visto importanti pastifici. Il prezzo di ritiro del frumento duro viene stabilito in base a delle caratteristiche specifiche e la distinzione è in: Mercantile, Buono Mercantile e Fino. La distinzione qualitativa consta nella misurazione principalmente di un parametro fondamentale che è il peso specifico:Fino - Che ha peso specifico non inferiore a 80 kg./ettolitro. Buono mercantile - 78 kg./ettolitro. Mercantile - 75 kg./ettolitro ovviamente, onde evitare critiche dagli specialisti altri fattori che determinano il prezzo è l'umidità, il tenore proteico ecc.., che per brevità non cito, la distinzione commerciale la riporto solo per spiegare al lettore che vi è una classificazione merceologica alla quale corrisponderà un prezzo di ritiro della materia prima. Enunciata la classificazione commerciale, voglio provare a sintetizzare l'andamento dei prezzi dal 2014 e focalizzare l'attenzione sull'attualità e nello stesso tempo provare a rapportare il prezzo del grano al prezzo della pasta al consumatore. Con questa analisi voglio provare a mettere in evidenza con dati alla mano, di quanto sia forte, anche in questa filiera, la speculazione che il mercato mette in campo e di come siano a pagarne le conseguenze sempre gli stessi, chi lavora in agricoltura e chi compra i prodotti. Tutte le annualità prese a riferimento hanno una caratteristica generale comune il prezzo cresce da gennaio fino ad aprile, inizia a scendere a maggio, si ferma a giugno (spesso salgono le quotazioni settimanali); dopodiché se la produzione è abbondante scende, mentre se la produzione è scarsa riprende a salire verso luglio/agosto. Volendo entrare nei dati (minimo-massimo), si registra che il minimo storico negli anni presi a riferimento si è avuto nella quotazione del 27/07/2016 dove il grano mercantile (la qualità merceologica più bassa) si è ritirato a 16,5 %, mentre il massimo si è avuto nella quotazione dal 05/11/2014 agli inizi del 2015 che è arrivato ad essere quotato 37,5 %. In pratica osservando l'andamento nei vari anni, preciso che per brevità prendo a riferimento solo il grano mercantile a mo di esempio, si vede un'aumento considerevole dal 2014 al 2015 e da quest'anno in poi un costante declino del prezzo, intervallato da tenue ripresa; attualmente (anno 2021), il prezzo è partito da 27 % nella quotazione di gennaio ed è rimasto pressoché stabile fino a maggio, va sottolineato che a giungo (avvio nuova campagna granai) non vi sono state quotazioni, in pratica che sta raccogliendo il grano non sa a quando lo venderà, e se un produttore ha bisogno di venderlo oggi non c'è prezzo. Voglio sottolineare e precisare che si tratta di prezzi stabiliti dalla Camera di Commercio e che sono riferiti all'ingrosso. Una ulteriore precisazione, penso che ne valga la pena farla, dal Grano duro si ottiene la semola (per la pasta) e si ottiene la crusca che anche essa ha utilizzi alimentari (umani e animali) e che ovviamente ha delle quotazioni e che viene venduta (e non regalata); in pratica mi verrebbe da dire che dal grano si butta poco e niente e che quindi tutto è profitto, per tutti, tranne che per chi lo produce e ci lavora. Se per curiosità, e con molta pazienza, andiamo a vedere il prezzo all'ingrosso della pasta possiamo facilmente notare una cosa simpatica, il prezzo (all'ingrosso) della pasta NON VARIA, resta invariato in tutti questi anni e si attesta  fra i 73 ed i 78 %. Prendiamo a riferimento il minimo (listino n° 29 del 2016) ed il massimo (listino n° 43 del 2015).Il minimo vedeva il grano quotato a 16,5 %, la semola a 28,5 %, la crusca a 10 %, la pasta a 73-78 %. Il massimo vedeva il grano quotato a 37,5 %, la semola a 55,5 %, la crusca a 10 %, la pasta a 73-78 %. A mio avviso vengono spontanee delle domande e delle riflessioni, oserei dire di logica, la prima perché il prezzo del grano (ed anche della semola e della crusca) hanno variazioni annuali, spesso anche repentine, mentre la pasta (all'ingrosso da quotazione Camera di Commercio), negli ultimi anni (diversi anni per la verità), mantiene sempre lo stesso prezzo?Ognuno di NOI può provare a darsi delle risposte, io provo a dire la mia, una prima spiegazione potrebbe essere che sempre per quella regola del mercato, la domanda di pasta è pressoché standard nel senso che essendo un popolo che basa la sua alimentazione su pasta e pane la domanda è la stessa e quindi perché l'offerta (i pastai) dovrebbero mai modificare il prezzo di vendita? Un'altra riflessione potrebbe essere che questi gruppi industriali (sempre i pastifici) hanno un potere contrattuale molto forte da impedire quotazioni al ribasso, e poi ancora e di contro è evidente che il mondo agricolo (produttori) da un lato non programmano le produzioni e dall'altro hanno potere contrattuale pari a zero (o giù di lì), ma un'altra risposta potrebbe anche essere che il mercato viene inquinato e sfalsato da ingenti importazione di grani esteri che condizionano pesantemente il prezzo di ritiro del grano aumentando poi quelli che sono i margini di guadagno sulla vendita della pasta al consumo. Con queste analisi voglio anche provare a chiarire alcuni luoghi comuni o meglio scusanti che i pastai utilizzano per giustificare l'importazione di grani esteri, se leggiamo in rete le dichiarazioni di rappresentanti di grossi gruppi industriali della pasta sentiremo sostanzialmente due cose; la prima e che è necessario importare grani (principalmente canadesi) perché sono più proteici dei nostri, la seconda favoletta e che in agricoltura l'utilizzo del glifosate (diserbante) è necessario altrimenti le produzioni crollerebbero. Bene proviamo ad andare per gradi aggiungendo anche alcuni altri elementi di valutazione, il primo: per ogni quintale di grano si ottengono da 65 a 80 kg di farina di semola (questa forbice così larga dipende dalla finezza di molitura) ipotizziamo una semola di media raffinazione (70 kg per quintale di grano) consideriamo anche che per produrre 1 Kg di pasta l'80% è semola, il resto è acqua, bene già con questi dati, considerato il prezzo del grano, esce facilmente un prezzo del singolo kg di pasta di % 0,13 (quando il grano era pagato 16,5 %) e 0,3 (quando il grano era pagato 37,5 %, mentre il prezzo all'ingrosso (NON quello al dettaglio) è di 0,73-0,78 % al kg, penso che ci sia una bella differenza? Ma proviamo a sfatare i due luoghi comuni (le favolette) che ci raccontano: la prima, è vero i grani esteri hanno più proteine, che poi sono quelle che danno la consistenza alla pasta (tenore in glutine), come dimostrato dai uno studio del CREA, ex Inram (in una passat commissione agricoltura) i nostri grani non hanno nulla da invidiare ai più blasonati ed invisi grani canadesi, infatti i nostri grani generalmente si attestano su un dato medio del 11-12% (superando anche il 13%), a fronte dei 10,5 previsti per legge (tenore minimo).L'altra favoletta del momento riguarda la necessità di utilizzo del glifosate, anche questa, a mio avviso è una favola che vuole garantire le major della chimica, sono incomprensibili la barricate contro l'ipotesi della messa al bando di questo diserbante, rispetto al quale non so se sia o meno dannoso e/o cancerogeno, ma dico che forse è il caso di lasciare agli studiosi lo studio approfondito di questa sostanza e la decisione se è il caso o meno di metterla la bando. Rispetto a queste ultime due questioni, mi sento di dire sinteticamente la mia. Sulla prima (tenore proteico) è evidente che fino a che sul grano non verrà valorizzata la qualità, pagandola, il mondo agricolo non avrà convenienza a fare grani di qualità superiore, il prezzo alla fine è sempre quello, aggiungo che per aumentare il tenore proteico, basta una semplice (nel momento giusto) concimazione a base di potassio e le proteine aumentano di conseguenza. Sul Glifosate, dico che basterebbe adottare una rotazione di coltivazione intervallando cereali a leguminose, solanacee o altre coltivazioni e non vi sarebbe tutta questa necessità di utilizzo, aggiungo anche che la mono coltivazione di cereali produce l'effetto della stanchezza del terreno impoverendo di sostanza organica.
Daniele Calamita *agronomo, sindacalista esperto di temi sociali